Pensieri sul litorale

 

Provo riconoscenza per le persone che frequentano il sentimento dell’ “aver cura”. Cura di se stessi, cura di ciò che hanno, cura di ciò che, malgrado non gli appartenga, li riguarda. La cura è una forma di ecologia, da oikos, casa, perché è un far sentire a casa, un vivere il mondo, gli altri, con uno spirito di vicinanza.
Me ne vado in giro per Ladispoli con la mia bicicletta, quel che mi caratterizza di più è il cardigan porpora, seta e cotone, da vecchio, non c’è dubbio, ma a me piace. Qualcosa mi accomuna a questo signore che si dedica con grande attenzione alla sua villetta. Armato di Svitol lubrifica le cerniere del cancello. Deve essere un metodico, abituato alla manutenzione della vita. La siepe è tagliata a filo, il mattonato è spazzato, in fondo si intravede una Mercedes tirata a cera. La sua villetta si distingue dalle altre anche per un archetto che sostiene due piccole campane. Provo un senso di gratitudine per questo sconosciuto. Certo sarà un pensionato moderatamente benestante, avrà del tempo a disposizione per prendersi cura delle sue cose, ma potrebbe non farlo o farlo peggio. Penso tutto questo nel giro di pochi secondi. Mi viene in mente l’eccentricità di alcuni villini poco distanti: costruzioni simili a chalet, rivestite e con persiane in legno, merletti sui tetti spioventi, case in stile coloniale, villette vagamente gotiche. Una confusione che dà allegria e mostra il guizzo delle personalità senza rovinare il territorio, come fanno invece i palazzoni di 15 piani costruiti verso il centro.
Passo nella zona che ha nutrito la morbosità di molti italiani, non so dove, c’è la casa in cui si è consumato un delitto pieno di nodi irrisolti. Prendo la ciclabile, alla mia sinistra una schiera di rimessaggi e campeggi abusivi o fuori norma, sequestrati con tanto di sigillo. Capisco con preoccupazione che la guerra tra questi signori e la procura di Civitavecchia è solo all’inizio, alcuni camper hanno giusto attraversato la strada e ora sono fermi in un parcheggio, pronti alla prossima mossa.
Poco dopo il passo ampio della mia raggio 28 mi ha portato già in tutt’altra dimensione. Sono tra i campi che fiancheggiano il mare, mi arriva un’odore di macchia mediterranea misto a quello di rifiuti in decomposizione, a volte è l’elicriso a sovrastarli, a volte sono loro a vincere, a tratti una ventata porta lo iodio e mescola tutto. E’ una sorta di supervisione la mia: faccio la conta dei campi bruciati dagli incendi dolosi dell’estate appena finita, verifico che laddove il comune ha posizionato i cartelli che vietano lo scarico di immondizie ve ne siano, come sempre, fresche e abbondanti, con una predilezione per i materassi e gli scaldabagni. Arrivo a Campo di Mare, è una giornata dal tempo incerto, così mi immergo in quell’atmosfera spettrale che hanno gli agglomerati costieri a stagione finita. Qui le villette sono basse, il comune di Cerveteri ha attuato un piano regolatore piuttosto efficace. Dopo aver massacrato Ladispoli -regalando a una gang di palazzinari pescecani permessi al di là del bene e del male, quando ormai aveva capito che tanto sarebbe diventata autonoma – qui ha invece fatto sì che nascesse una zona abbastanza elegante, come mi appare oggi, spettrale e elegante. Mi avvicino alla spiaggia, schivando piscine naturali prodotte dalle piogge dei giorni passati, il mare agitato ha un colore di terra chiara, gli unici in acqua sono gli adepti della setta dei surfisti. Ne vedo uno uscire dallo stabilimento, la muta abbassata fino alla vita, la tavola sotto il braccio, l’aria triste di chi, tra tante onde, ha cercato quella perfetta senza trovarla. Questo mare cupo ha un indubbio fascino. Avrei voglia di fare una pazzia. Non la faccio. Continua la mia perlustrazione. Una signora trascinata dal suo cagnolino tira grossi respiri, emettendo versi di piacere man mano che si avvicina al mare e l’aria si fa più salmastra. Io proseguo su una strada isolata che costeggia il depuratore, mi domando se scoprirò il cadavere prima del solito podista o se il cadavere sarò io, ma poco dopo sono di nuovo vicino a delle case. Un’antenna da radioamatore attira la mia attenzione, mi chiedo di chi sia, cosa trasmetta da quella villetta a schiera in un posto che, a vederlo così, sembra immerso in un inverno nucleare. Poche pedalate più in là sento la voce di un giovanotto: “Papone, andiamo?”, grida da un suv BMW, mentre la sorellina tutto pepe insiste petulante, “Ma come andiamo che devo ancora farmi la doccia, che dici?”, “Io e papà andiamo a comprare una cosa”, lei gli rifà il verso, ha un tono da viziata, ma fa simpatia. Non conosco bene le vie, eppure intuisco la strada per Cerenova, la prendo. Prima di arrivare mi trovo in una rotatoria, al centro ci sono grossi tronchi di palma mozzati, ma tanti, mi domando se non sia il caso di intitolare la via al punteruolo rosso, mi viene da sorridere al pensiero, e tuttavia quello sterminio procura una certa tristezza. Come sempre nei miei giri solitari, divento ipertimesico, penso che a Cerenova c’era una gelateria di una signora di Amatrice, ricordo quando da bambino andavamo al vecchio Silos, c’erano le lire e mamma guidava una Panda 750 cl dello stesso colore del mio cardigan. Mi sottrae ai pensieri un fuoristrada che si immette sulla via, il conducente prima mi fa passare, poi a frizione premuta sgasa, come per ricordarmi che il confine tra la vita e la morte è sottile. Io non mi scompongo. Mi sorprende di più l’atteggiamento delle persone che incontro o che vedo affacciate ai balconi, io le guardo, loro, sorprese dall’insolito ciclista, rispondono curiose ai miei sguardi, e trovo che questo vicendevole studiarsi sia un gioco innocuo e divertente. Mi accorgo che una ragazza a spasso con un Labrador mi sta scrutando, la osservo, è molto bella, ma ha indosso i pantaloncini cortissimi che vanno di moda quest’anno e la sua fisicità ostentata mi suona volgare, e me la rende meno attraente. Sfido ancora alcune volte i pirati della strada, supero un altro ponte pericolosissimo. Aumento la velocità, ora il mio cardigan aperto davanti, svolazza dietro, c’è un che di filmico e metaforico in questa coda che si agita e sembra frustare i ricordi. Mi inoltro di nuovo nella campagna e costeggio la ferrovia. Tra maneggi, ville da ricchi e case che trasudano invece povertà, il mio occhio è sempre un poco avanti, per la paura che un cane spunti fuori all’improvviso e mi insegua come già tante volte è successo andando in bici con mio fratello, in quelle peregrinazioni vissute con grande spirito di avventura e scoperta. Scambio uno pneumatico per un Rottweiler, passo di fronte a un Husky, lo osservo con timore al di là della rete, lui risponde con un’occhiata paciosa e perplessa. Arrivo agli agriturismi ormai molto in voga, l’approccio biodinamico stride con la cattiva musica a tutto volume con cui si intrattengono gli ospiti di un matrimonio. Di nuovo campagna, di nuovo silenzio. Inizia una canizza che risveglia i miei timori, mi fermo lo stesso di fronte a un cancello sorretto solo dai suoi pilastri metallici, un cancello che non chiude nulla, ma si affaccia su un grande campo arato. L’anno scorso, con mia sorella, lo avevamo fotografato quel cancello, simile a una sentinella a guardia del deserto: qualcuno aveva attaccato un cartello con su scritto “Vendesi”. Dietro le sbarre metalliche il sole rosseggiava, così abbiamo chiamato i nostri scatti “Tramonti in vendita”. Ma stasera nessun tramonto, qualcuno deve averli comprati.